Alla conquista del mondo con un mattone

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10 Giugno 2013

Alla conquista del mondo con un mattone

Alla conquista del mondo con un mattone 
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A GRIGNANO Polesine, in via Giotto, si respira la polvere dell’eccellenza.


E’ un effetto collaterale dell’argilla proveniente dal paleoalveo del vecchio Po di Adria.
Una zona straordinaria per mettere in piedi una fornace e tentare la fortuna. Ci è riuscito Giuseppe Giacomo Fonti, maestro elementare, svizzero di un paese che si chiama Miglieglia, che si trasferì in Polesine e fondò nel 1873 la fornace più antica del Polesine, tra le prime cinque in Italia come anzianità. In questa fornace, a pochi chilometri dal capoluogo, da cinque generazioni si respira la polvere dell’eccellenza, della storia e adesso anche del genio artistico. Perché nel forno, quello originale di un secolo e mezzo fa, l’artista romana Elisabetta Benassi ha cotto i diecimila mattoni del pavimento in mostra al Padiglione Italia della Biennale di Venezia, un’opera che sta facendo discutere dal titolo ‘The Dry Salvalage’. E su ogni pietra ha fatto incidere il nome di un frammento spaziale catalogato dalla Nasa. Oggi a condurre l’azienda ci sono gli eredi di quarta generazione Michele e Francesco Fonti, e Luca, che rappresenta la quinta generazione.stampa di battiscopa
Perché l’antenato Giuseppe Giacomo approdò a Grignano?«In questa zona — afferma Michele Fonti—le materie prime sono ottime, l’argilla, la sabbia e l’acqua erano e sono tuttora abbondanti e di ottima qualità. Lui poi proveniva da un paese di fornaciai e quindi aveva appreso l’abilità di questo mestiere». Sull’arrivo di Fonti c’è anche una leggenda che tuttavia ormai è già storia. «Qua vicino —aggiunge Michele—c’è la località Spianata. Pare che gli austriaci per costruire un forte si siano rivolti proprio a Giuseppe Giacomo che poi rimase e fondò la fornace ». Un’azienda che è rimasta in piedi nonostante guerre e alluvioni.
«Nel 1951 — ricorda Michele— la fornace venne allagata. Quando arrivò l’acqua, il forno era acceso e gli operai accorgendosi che le campagne vicine si stavano allagando corsero ad aprire le porte del forno per evitare che la pressione dell’acqua lo facesse esplodere». Oggi in piena crisi si parla di ripresa e crescita, la fornace Fonti in un certo senso quel fervore lo visse dal 1948 al 1961. «In quegli anni — puntualizza Luca Fonti—l’azienda ebbe il numero massimo dipendenti con 70 unità, uscendo dalla seconda guerra mondiale e dall’alluvione c’era un’enorme richiesta di materiale e soprattutto c’era voglia di ricostruire». Oggi la crisi economica più grave dopo quella del 1929, incombe. E parlando di mattoni, il discorso scivola sulla costruzione e ristrutturazione di case. «La gente — sottolinea Luca — ci pensa tre volte prima di ristrutturare casa. Il bonus rinnovato dal governo è una boccata d’ossigeno, ma in verità case se ne fanno poche».
Così la famiglia Fonti ha sterzato dalla produzione industriale, specializzandosi nel restauro di antiche pavimentazioni e nelle coperture con un focus particolare sul coppo artigianale e sulla tegola fotovoltaica, un brevetto nato dall’esigenza di coniugare l’arte del restauro col risparmio energetico.
«Produciamo—aggiunge Luca— laterizi faccia a vista lavorati tutti a mano, con committenti come le Belle Arti di Verona. A Venezia abbiamo fornito materiale per il chiostro dell’Ordine di Malta».E adesso è arrivata la ribalta della Biennale grazie al genio di Elisabetta Benassi. Merito del forno Hoffman con cottura a carbone che conferisce al prodotto una colorazione particolare. Il colore rosso-arancio che ha affascinato l’artista, rintracciabile solo nella creta di Grignano. «E’ venuta da noi—conclude Luca—aveva un’idea a l’abbiamo sviluppata assieme. E dopo le prove, la sintesi sono stati i mattoni che si possono ammirare fino a novembre a Venezia».


Giuliano Ramazzina


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