Fornace Fonti alla Biennale 2013 L'artista Elisabetta Benassi espone.

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07 Giugno 2013

Fornace Fonti alla Biennale 2013

L'artista Elisabetta Benassi espone.

Fornace Fonti alla Biennale 2013 
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DIECIMILA mattoni. Fatti con argilla del Polesine, terra del Po.

E ogni pietra è battezzata con un’incisione, il nome di un frammento trovato nello spazio, reperti che la Nasa, l’ente spaziale americano, ha archiviato vedi pezzi di navicelle e rottami vari. E coi mattoni ha composto un pavimento volutamente dissestato, metti come un percorso da cross. Titolo dell’opera che ha
suscitato polemiche, esposta al padiglione Italia della Biennale in corso a Venezia ‘The Dry Salvalage’, come il terzo dei Quartetti di Eliot.
Lei, l’artista si chiama Elisabetta Benassi, 47 anni, romana. Ha scelto il Polesine come start up di
genialità, individuando la fornace Fonti di Grignano come location nella lavorazione dell’argilla.

 

Di che opera stamo parlando? «Sono circa 10 mila mattoni —_ afferma Elisabetta — tutti fatti a mano alla fornace Fonti di Grignano. Siamo stati lì per approntare l’opera il 2 aprile scorso. Loro preparano i mattoni, prima era una fabbrica industriale, adesso producono materiale solo per restauri architettonici di pregio»

Che tipo di mattoni sono stati realizzati? «Un primo gruppo di misura standard, cioè 12X24X5 o 6 centimetri. Poi sono stati ottenuti mattoni più piccoli di 8 centimetri, alla fine i livelli erano tre. L’opera è pensata per ottenere, tramite dislivelli, l’effetto di un pavimento dissestato/incidentato. Abbiamo tenuto anche dei mattoni fusi e scoppiati durante la cottura chiedendo di metterli nel forno dove il fuoco era più forte».

Perché proprio i mattoni con terra del Polesine e non di Siena?
«Mi piace lavorare con questa terra. Anche i mattoni dell’Arsenale di Venezia provengono dalla Fornace Fonti di Grignano. Insomma volevo che la mia opera fosse fatta con creta del Po, colore rosso e arancio».

Ogni mattone riporta poi il nome di un frammento ritrovato nello spazio. Che tecnica è stata usata nella stampigliatura?
«In fornace, con un gruppo di 10 artisti amici, abbiamo organizzato una specie di catena di montaggio, imitando poi il sistema tipografico. Abbiamo fatto fare dei telai con caratteri mobili proprio come in una tipografia e stampato i nomi dei frammenti sulla creta fusa, ancora calda. Poi i mattoni si sono seccati e abbiano finito di lavorare tra il 7 e l’8 maggio scorso. I nomi riguardano resti di satelliti lanciatio in orbita, residui di parti tecnologiche. Abbiamo ottenuto un cielo capovolto».

Il significato di questa impresa artistica che sta fecendo discutere la critica?
«Catalogare cose impossibili, assemblare milioni di pezzetti che non sono stati catalogati, mostrare
qualcosa che non si vede ma da un altro punto di vista. In cielo non ci sono solo stelle, ma migliaia di detriti che vagano».

La terra polesana grazie a lei è assurta a materiale fondamentale nella creazione artistica?
«La creta è qualcosa di provvidenziale, è un’unità di misura forte che crea immagini simboliche. Sono felice di avere usato la creta del Polesine e non del Marocco e di avere lavorato alla Fornace Fonti di Grignano».

Giuliano Ramazzina

 


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